Il reporter vecchio stile alle prese con la storia di facebook

Se non ci fosse Mark Zuckerberg alla guida di Facebook, l’azienda esisterebbe sempre – dopotutto gli inserzionisti continuerebbero a comprare – ma sarebbe decisamente un’altra azienda. Mancherebbero la cultura da dormitorio universitario e quel senso di urgenza, di fretta costante, tipica di chi ha cominciato sviluppando sul web e non ha mai finito l’università.
Il ritratto di Facebook è anche il ritratto di Mark Zuckerberg e viceversa. E’ quasi impossibile immaginare l’uno senza l’altro. E i tratti caratteriali dell’azienda si sommano e si sovrappongono a quelli dell’uomo che l’ha creata sedici anni fa. Nel libro appena uscito negli Stati Uniti, “Facebook, the Inside Story”, il giornalista Steven Levy si occupa fondamentalmente di rispondere a una domanda: cos’è diventato Facebook? Il suo libro ha dimensioni consistenti, come sempre nel caso di questo genere prettamente americano che racconta le storie delle aziende e dei loro manager, ma è una lettura quasi obbligatoria per capire il nostro tempo.
Levy è uno dei più esperti giornalisti del mondo tecnologico della vecchia guardia. Nel 1984 pubblicò “Hackers, gli eroi della rivoluzione informatica”, spiegando per la prima volta l’etica dei “genietti del computer”, e negli anni ha scritto libri importanti su Apple e su Google. Per riempire le quasi 600 pagine di “Facebook”, che ripercorrono i sedici anni di vita dell’azienda visti dal di dentro, Levy ha avuto accesso per tre anni non solo a Zuckerberg e alla sua donna d’ordine, Sheryl Sandberg, ma anche a decine di manager e insider dell’azienda. Il risultato è che nel libro si trova molto poco del punto di vista esterno, mentre tutti gli snodi cruciali, dall’uscita dall’azienda dei fondatori di Instagram (che stava avendo più successo di Facebook stesso e Zuckerberg volle frenare) allo scandalo Cambridge Analytica, sono ricostruiti dall’interno.
Per il lettore la “Inside story” di Facebook diventa così un atto di fiducia nei confronti del suo autore, che ci mette la faccia: la reputazione di giornalista indipendente di Levy, fino a pochi anni fa capo delle pagine di tecnologia di Newsweek e poi inviato speciale dell’edizione americana di Wired, è immacolata. E lui, a 69 anni, a differenza di altre star del giornalismo tecnologico americano come Walt Mossberg, è rimasto un cronista: lo si incontra seduto con la truppa dei giornalisti alle conferenze stampa della Silicon Valley o in coda all’entrata degli eventi organizzati da Apple o da Google con il resto dei comuni mortali. Nonostante questo, Levy ha accesso a tutti i numeri uno della Silicon Valley e le sue storie, costruite lentamente ma con gelido intuito, vengono lette nei consigli di amministrazione californiani e negli uffici dei venture capitalist di Sand Hill Road.
Facebook ha scritto ufficialmente: “Abbiamo dato al signor Levy ampio accesso ai nostri dirigenti, che sono stati liberi di parlare dei momenti più dolorosi del passato di Facebook. Anche se non siamo d’accordo con tutto ciò che ha detto, non neghiamo anche le sfide che descrive e stiamo lavorando attivamente per risolverle”.
“Facebook: The Inside Story” è un libro di confine. Perché la polarizzazione del suo doppio oggetto, cioè Facebook e Zuckerberg, lo rende difficile da digerire a chi vorrebbe un exposé scandalistico o moralistico. E’ invece un libro a suo modo equilibrato, che dà spazio alla versione autentica di Zuckerberbg, il nerd che da bambino giocava a “Civilization” e che oggi guida un’azienda come fosse un videogame per conquistare il mondo, un utente alla volta. E lascia intravedere gli ingranaggi e le dinamiche dell’azienda che sta avendo l’impatto più profondo sulla vita di tre miliardi di persone e oltre.
Antonio Dini